Bye Bye Halloween!

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Halloween 2018, l’undicesimo capitolo della saga che si riallaccia direttamente al primo Halloween (John Carpenter, 1978). È il diretto sequel dell’originale quindi, rivolgendomi a tutti i lettori che hanno visto quello di John Carpenter ma si sono fatti sfuggire i sequel, i remake di Rob Zombie, i reboot ecc, non hanno nulla da temere, se non il film stesso perchè, lo dico subito, quando sono uscito dal cinema, mi sentivo io Michael Myers e cercavo in qualunque volto che incontravo, quello del regista, per potergli dirgli due parole appunto, alla Michael Myers.

A detta di molte recensioni e del botteghino, il film è andato abbastanza bene, incassando oltre 100 milioni nel primo weekend a fronte del budget di 10 milioni. Un successo di pubblico e critica, ma personalmente è stata un’offesa al genere horror, al mito di Michael Myers e a Jamie Lee Curtis che tanto si sperava tornasse sullo schermo. C’è pure il nome di John Carpenter nei titoli di testa (orrendi, con una zucca che senza motivo si ricompone come fosse un palloncino gonfiato, e fa rimpiangere La Casa di Sam Raimi e la “sua” frutta decomposta in stopmotion).

Partendo dalla trama, semplicissima, quarant’anni dopo gli omicidi di Haddonfield, una coppia di giornalisti va a trovare in carcere Michael Myers, prima che questi venga trasferito in un altro luogo di detenzione. L’incontro va male perchè Michael si rifiuta, come sempre, di parlare. I giornalisti vanno a casa di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) che vive da sola in una specie di fortino militare e aspetta che Michael Myers ritorni per ucciderla. Nella storia è presente anche la famiglia di Laurie, composta dalla figlia, il genero e i nipoti, ma con cui non s’intendono buoni rapporti.

Il giorno del trasferimento di Michael, il pullman del carcere ha un incidente e tutti scappano: Michael Myers può andare indisturbato fino alla casa di Laurie facendo fuori più gente possibile. Il finale non poteva che essere l’ennesima uccisione di Michael Myers, da parte di Laurie (Jamie Lee Curtis) e la felice e scontata riunione di famiglia finale.

Il problema più grande di un film horror è quando non fa paura. Halloween 2018 vuole essere un film di genere e non lo è, sfocia nella noia e nella banalità. Oltre a non avere momenti di paura, non crea nemmeno angoscia, poetica delle scene d’azione ma anche lo splatter sembra essere stato messo da parte. Ci si deve accontentare di un coltello piantato nel collo e… basta.

Jamie Lee Curtis in “Halloween” img via http://nuruberry.com

Sceneggiato e dialogato in modo pessimo, non si crea tensione né affetto per i personaggi che sono frenetici nella scelta delle loro azioni, non viene creato in loro un minimo di spessore umano e nemmeno si meritano la morte. La gente in questo film viene uccisa solo per dare ritmo e arrivare al finale che tutti si immaginano dalla prima scena in cui si vede Jamie Lee Curtis: il fortino in cui lei vive è l’arena finale dove Michael Myers apparirà per far fuori più persone possibili ma verrà ovviamente fermato dalla protagonista.

La parte centrale è diluita in maniera imbarazzante: tutte le scene dei ragazzi e delle loro disavventure scolastiche, problemi giovanili, tradimenti, scherzi e dispetti, non c’entrano assolutamente con il film e sembra di vedere 4 film, pure brutti, in uno. Il ritmo è così sgangherato che quando si arriva alla scena finale ci si è dimenticati dei personaggi e l’assenza di horror, l’assenza di sangue, l’assenza di tutto, è così insostenibile che il nome di Carpenter dei titoli di testa sembra un miraggio o un caso di omonimia. Myers ha perso quel fascino che Rob Zombie era riuscito a riportargli (Halloween the beginning e Halloween 2 di Rob Zombie sono grandi film e, in confronto a questo, capolavori). David Gordon Green, il regista di questo Halloween 2018, non si sa nemmeno se sia sempre sul set a dirigere le scene. Il piano sequenza lunghissimo in mezzo al quartiere, la notte di Halloween, in cui seguiamo Michael Myers che entra in un paio di case come se nulla fosse, recupera un coltello e si dirige verso la casa di Jamie Lee Curtis, sembra girato da un ragazzino che ha scoperto la steadycam, riempie la scena con appena due omicidi, insipidi e banali e ci si annoia profondamente perchè il tutto è telefonato da almeno mezz’ora.

Ogni tanto fa capolino la colonna sonora originale, qualche salto sulla sedia e si prega che il film finisca presto, soprattutto da metà in poi, perchè di quell’ora e quaranta che dura il film se ne percepisce il triplo. Uno dei film horror peggiori degli ultimi vent’anni ed è stato un vero peccato che Rob Zombie con il suo Halloween 2 abbia fatto flop, perchè quello è il film di un regista che sa cosa vuol dire angosciare lo spettatore, dosare lo splatter con serietà lasciando sempre detto qualcosa. Per non parlare di come sa dosare bene il ritmo, sa dove mettere la macchina da presa e soprattutto dare un linguaggio ogni volta diverso agli omicidi in mostra senza aggrapparsi al fan service di un pubblico adolescente che sembra dover ridere di parolacce e volgarità gratuite, oltre che imbarazzanti, come è successo per il film It (2017).

Jamie Lee Curtis in “Halloween” img via http://nuruberry.com

Il problema di questi film è che oscurano quei registi che hanno da dire qualcosa, che sanno raccontare con serietà i film di genere, mettendo più di loro stessi e del proprio pensiero che ciò che la produzione chiede di inserire per fare felice il pubblico.

Halloween 2018 è un film minestrone, dove sembra di vedere un thriller qualunque, e non più un horror, che rimbalza tra una fotografia orrenda da serie televisiva e dei dialoghi così imbarazzanti che sembra davvero che qualcuno abbia cambiato canale. Ci sono dei personaggi che spariscono dalla storia e non vengono approfonditi, come i giornalisti uccisi in fretta e furia (devono far recuperare la maschera a Michael Myers) o il ragazzo della nipote di Jamie Lee Curtis.

Non si può parlare di critica sociale, non è più la carne da macello di Scream (anche se il regista ce lo vorrebbe far credere), non c’è divertimento nello spaventarsi perché lo spettatore non è messo in condizioni di meritarselo o di volersi godere quelle emozioni, perchè non si può nè tifare per nessun personaggio nè godersi la trama, così infima e scheletrica che non ci si vuole credere. A questo punto spero che non facciano più sequel o reboot ma che comincino a pensare a qualcosa di veramente originale.

Da quindici anni ci si è rimessi a fare remake, belli o brutti che siano (Rob Zombie è un autore che sa girare e i suoi film sono da tenere in considerazione, anche se accusati di essere carichi di scene di paura e di splatter ma stiamo parlando comunque di horror, quindi fate voi) ma sarebbe il caso di smettere di usare mezzucci per fare soldi e incassi perché questo film fra dieci anni se lo saranno dimenticato tutti e l’evoluzione del linguaggio dei generi si perde e soprattutto si dà un cattivo messaggio ai giovani spettatori che magari vorrebbero intraprendere proprio la strada della regia o della scrittura per i cinema: il cinema di genere non è solo d’intrattenimento e citazionistico, ha un’anima affascinante dove il dramma della morte e dell’omicidio sono temi sempre sensibili e serissimi che vanno trattati con il giusto tocco e sguardo. A parte i maestri Craven, Carpenter, Romero, Cronenberg, Argento, partendo ovviamente da Hitchcock ecc, delle nuove generazioni a parer mio sono da tenere conto i registi come Rob Zombie e Pascal Laugier, rivelazioni veramente autoriali, che non fanno parlare le produzioni che gli sganciano i soldi ma hanno veramente loro qualcosa da dire. Di questo Halloween 2018, concludo che può anche aver incassato parecchio, ma vedere che i registi seri invece fanno flop e faticano a lavorare, come hanno fatto veramente fatica i loro maestri predecessori, è qualcosa di veramente triste e spiacevole.

a cura di Alessandro Bellagamba

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