Domino – Brian De Palma

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titolo:Domino, regia: Brian De Palma, anno: 2019, paese di produzione:  Danimarca, Francia, Italia, Paesi Bassi, Belgio, interpreti: Nikolaj Coster Waldau, Carice van Houten e Guy Pearce.

L’ultimo film di uno dei baluardi del vecchio-nuovo cinema americano che fu, è un film monco, troncato da una co-produzione che si è squinternata portando il regista a disconoscere l’opera.

Non è la prima volta per De Palma in cui il suo laboratorio strabordi le sue regole e i suoi meccanismi, e se il domino è un semplice gioco di concatenamenti ed incastri, il film omonimo più che un semplice gioco risulta un groviglio appiattito da una narrazione priva(ta) e banalizzata in un montaggio schematico e forzatamente indotto. Partenza in difetto ma non per questo il film è privo di quel sottobosco registico, fortunatamente non del tutto disinnescato, fatto di lenti movimenti rilevatori, piani sequenza e dettagli enfatizzati: i marchi graffianti dello stile depalmiano. Presente sì, ma imbrigliato in una cornice depotenziata e dissonante in cui la vicenda sia produttiva che narrativa è ridotta e mozzata, come la mano del più celebre ruolo dell’attore qui protagonista, N.C. Wandau, nel suo appioppamento perenne quale è il Jamie Lannister del Trono di Spade.

La coltre di patina seriale del cast non aiuta il film, anzi, i tronisti di spade fungono prevalentemente al marketing.

Il film non coglie lo spirito del tempo, lo ricerca vagamente ma non lo afferra, e in passato De Palma era riuscito ad intercettarlo efficacemente, qui semplicemente è fuori fase ed in ritardo soprattutto per chi ha ancora in mente Homeland .

Non perdona una sceneggiatura fatta di buoni espedienti, sulla carta, ma mischiati poco e male, gli assi mancano dalle maniche; solo qualche jolly viene pescato fuori mazzo, gli exploit carichi di energia depalmiana: scena in split screen al festival del cinema e la sequenza madre alla corrida sul tema rondò raveliano del “Bolero” nel finale. È la pura regia a dare i migliori colpi di coda, ahimè, quasi fine a sé stessa.

Non manca però l’ossessione registica per le nuove dinamiche di visione: internet, i nuovi dispositivi, i droni, perseguendo quella primegenia vocazione fisico-empirica. La stessa che nell’albore della sua carriera gli permise la realizzazione di prodotti eccentrici senza l’ausilio di interventi esterni (sciagurati produttori!), abituato com’era ad un approccio scientifico alla realtà e al completo controllo di tutti gli elementi. De Palma e la sua metodicità si perfezionano per eccesso fino alla più famosa e compiaciuta estetizzazione barocca della suspence del doppio e dello sguardo, sulle orme di Alfred Hitchcock (ormai è diventato inutile ribadirlo ogni volta).

Photo: courtesy of Metrograph

La mise en abìme dello sguardo e la moltiplicazione dei punti di vista impegnano il cinema nel suo farsi e si inseriscono in quel «continuo processo di disvelamento e sottolineatura delle dinamiche di visione, (…) dove ad essere importante non è ciò che si osserva, ma la consapevolezza di essere impegnati in un atto percettivo»1. Nella tempesta perciò il lampo della poetica dello sguardo, barlume di ricercatezza: “Gli attentati in diretta e le estetizzazioni macabre dell’Isis non sono anch’essi estremi esercizi di stile?”. In una realtà dove divampano nei multi-schermi i video dei massacri in soggettiva, il fanatico genocida bianco neozelandese è un dei casi più recenti, i nostri occhi sostengono morbosamente quelle immagini e non si scompongono (più di troppo) all’orrore, cito un assunto di un collega: Ha ancora senso rappresentare il male?”2.

Nell’estremismo violento della visione e nel suo meccanismo ludico-edonistico si crea quel cortocircuito voyeuristico che probabilmente era il nuovo punto su cui proseguire il discorso, caro a De Palma, sulla percezione. Evolvendo o regredendo? Noi con lui nel caso. Fatto il callo smetteremo di indignarci, magari dopo una battuta semplicemente faremo finta di niente. Smetteremo di guardare fin quando il gioco non ci avrà stufato, e allora skipperemo il virtuale e ci ritroveremo così soli davanti ad un schermo nero.

articolo di Andrea Borneto

1LEONARDO GANDINI, Brian De Palma – Violenza ed erotismo per il maestro del thriller fantastico, massimo specialista del brivido, Gremese editore, 1996, pag 16

2DANIELE PARISI, “Myers: eroe romantico fuori dal tempo”, recensione su “Acume dell’Agrume”, 2018.

https://acumedellagrume.wordpress.com/2018/11/09/myers-eroe-romantico-fuori-dal-tempo/