I MIGLIORI 10 FILM DEL 2019 – SDAC Magazine

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I MIGLIORI FILM DEL 2019 – SDAC Magazine

I 5 DELLA SDAC

di Alessandro Bellagamba

L’ultimo anno degli anni Dieci del Duemila non è stato ricco di film sconvolgenti o da strapparsi i capelli, tranne qualche sorpresa che ha colpito molto positivamente il sottoscritto, e per questo ho dovuto fare una scelta molto curiosa per le migliori opere del 2019, tra quelli che ho visto (ovviamente!).

"Il Corriere - The Mule" di Clint Eastwood

  • Il primo seggiolino occupato in sala a gennaio è stato per The Mule – il corriere, una rivelazione (di cui potete trovare una mia recensione più approfondita all’indirizzo: ttps://www.sdacmagazine.it/il-ritorno-di-eastwood-chi-e-the-mule/), che vede protagonista e autore l’89enne Clint Eastwood. Il film è meraviglioso, tra i pilastri delle commedie morali, affilato come gli occhi di Eastwood, fresco come la sua grinta e pulito come la sua regia. Oltre a essere un continuo esempio per i cineasti (giovani e meno) di come si passa da un’opera all’altra senza tralasciare mai né la forma né la sostanza, dalla macrostoria ai singoli dialoghi. In questi quasi trentanni, da Gli Spietati (1992), Eastwood ha compiuto una trasformazione del suo percorso creativo, montando lo spessore visivo delle sue opere, elevandole a piani stupefacenti, (vedi J.Edgar, Flags of our fathers, Lettere da Iwo Jima), punti di critica maestosi come Million Dollar Baby, Gran Torino, passando anche per opere diverse ma professionalissime come Jersey Boys, politicamente discutibili come American Sniper, ma ormai Eastwood può far parlare chi vuole, per lui sono i suoi eroi (americani), forse esagerando talvolta, come Ore 15:17 Attacco al treno, dove i protagonisti sono coloro che hanno vissuto al storia vera. La lezione del maestro è di unire perfettamente forma estetica e contenuto, attraverso una tecnica narrativa che non ha bisogno di artifizi e retorica, bensì solo di parlare chiaro e a Eastwood quest’arma non è mai mancata                                                                                                         

  • La seconda sorpresa è stato il film “confessionale” di Lars Von Trier La casa di Jack, un’analisi atipica della mente di un serial killer (Matt Dillon, in una delle sue interpretazioni più inquietanti ed elaborate) però lo psicoterapeuta non è lo spettatore, giudice dei fatti, testimone dei problemi del protagonista; qui Von Trier espone la sua morale nordica ponendo un pessimismo cosmico che ci accompagnerà fino nell’aldilà, mettendoci sempre alla prova per conoscere noi stessi, ed è chiaro che il libero arbitrio è alla base della discussione moderna, come ci insegna il buon Bruno Ganz in versione Virgilio dantesco: la sobrietà del giudizio è la vera essenza della nostra, ovvero che nessun fatto o ragionamento può esaltare la nostra identità, solo l’emozione e l’istinto, la fragilità è l’essenza dell’uomo, il quale deve rispettarla senza porsi sopra di essa. Il mito del superuomo crolla di fronte al narcisismo e all’egoismo, frutti di una debolezza interiore che porta a una ricerca di sé stessi così forzata che non farà accettare a noi stessi la verità, in conclusione ci meritiamo l’inferno. Per usare un’espressione mereghettiana, Lars Von Trier, come Stanley Kubrick, insacca di sani colpi nello stomaco lo spettatore.

  • Una sera di maggio in un’ora e 45, Jim Jarmusch entra nella mente di chi conosce gli zombie e si abbandona letteralmente alla loro contaminazione, a braccia aperte. I morti non muoiono  è una commedia agrodolce capitanata da Bill Murray, e di lui non serve dire altro. L’ intero cast presenta diverse celebrità, fedeli di Jarmusch, e sono avvolti in un mantello giudiziante, colpevole di appartenere al cinema, vittima del tempo e perché questo è il boccone amaro che il regista deve mandare giù, e si fa accompagnare dallo spettatore. Flop immeritato ma già cult per chi sa coraggiosamente affrontare A morte Hollywood, ma si sa come chiarire le cose da subito con un esplicito “motivo conduttore”, che ci culla in un’ipnotica provocazione intima. Superato questo, è uno spettacolo crudele dove le marionette si sbudellano in un desolato palco abbandonato a una greve poesia, a cui solo ormai ci si può aggrappare, se si vuole respirare ciò che il cinema indipendente ci vuole raccontare dietro le immagini.

  • Dopo l’estate arriva una ventata di freschezza che viene dal passato: Quentin Tarantino ci riporta a metà degli anni Sessanta con C’era una volta…a Hollywood, ponendo tutto il suo cinema e ribaltandolo, dove le citazioni non sono celate ma bensì ricalcate e volutamente forzate, come La Grande Fuga, il metacinema, la violenza, il feticismo e la storia vera che domina sullo sfondo e tiene come mcguffin lo spettatore sempre in tensione. Non è un film per coloro che cercano puro intrattenimento, è un prodotto così elevato, maturo e ricercato che ha bisogno di una plurivisione per cogliere tutti i dettagli, le scelte di forma, ma è un grido fanciullesco verso un’infanzia, quella del regista, ma anche verso un’industria cinematografica che era molto più etichettata e definita, dove ancora aleggiava la poesia dei personaggi che vi lavoravano, dove l’unica punta capitalistica e sciacallante è rappresentata dal cinema stesso, o meglio dalla bigliettaia quando incontra Sharon Tate e le chiede di fare una fotografia. Il nono film di Tarantino rischia di anticipare davvero la sua ultima pellicola, a quanto dice l’autore stesso, perché ha evoluto la sua visione di chi esercita violenza, e qui non si limita al sangue e alle sparatorie, rinchiuse in un finale splatter, liberatorio, grottesco e molto citazionista, ma allarga la tensione e violenta lo spettatore mostrando nemico e oscuro tutto ciò che sta oltre Hollywood e i set cinematografici. Si può sognare ma si deve sempre affrontare la realtà, rendendo superfluo il rischio, richiamando così i valori del classico west; Tarantino non a caso ha fatto sempre western anche ai tempi del pulp.

  • L’unico film di genere che ho scelto tra i migliori film dell’anno è stato l’horror Doctor Sleep, che ha lasciato a bocca asciutta in molti, e altri impauriti dall’iniziarne la visione perché troppo stimatori (a ragion veduta) del capolavoro Shining di Kubrick. Il sottoscritto è insaziabile di Stanley Kubrick come dei libri di Stephen King, quindi non potevo esimermi dal guardarlo ma dopo una mezza giornata di rilassamento e annientamento dei pregiudizi, mi siedo in sala con un reset quasi totale. Il film coinvolge da subito con dialoghi e presentazione dei personaggi azzeccata al massimo, fluida, nessun rimando stilistico a serie tv, la fotografia non ha quella patina commerciale e man a mano che il film prosegue, oltre a rispettare perfettamente l’atmosfera Kingiana, mi ritrovo nel film a percepire il buono dei profumi di Stand by me, It, Cose preziose, e alla fine The Mangler, scoprendo che tutto funziona, i villain possono essere dei clichè ma non sono forzati poiché hanno anche loro una struttura spessa e interessante, senza retorica o morale, i personaggi hanno tutti le loro missioni e ciclano bene attorno alla storia di Dan (Ewan MCGregor). Shining era ormai il libro precedente, di Kubrick non se ne sentiva il bisogno fino a quando il film DEVE assumere quella piega e portarci in quel mondo immaginario dove Stanley e Stephen erano vecchi amici, ovvero dove i due mondi si sposano alla perfezione. Allora il film si gonfia di potere visivo, si trasforma, e usando le “armi” di Kubrick, agisce con intelligente regia e porta questa furiosa angoscia che ribalta lo Shining Kubrickiano e lo “usa” per completare ciò che mancava allo spettatore, un horror completo e anche raffinato. Unica pecca, forse, è stata la scelta forzata di “omaggiare” alcune scene dell’originale, laddove Steven Spielberg con Ready Player One era riuscito perfettamente in una manciata di secondi.

Augurando ai lettori di SDAC Magazine una valanga senza fine  di bei film nel 2020, spero sempre che oltre alla scelta contenutistica delle proprie opere, i registi non dimentichino di continuare a sperimentare sul piano visivo l’emozione e la passione dello spettatore.

LE ALTRE 5 MIGLIORI VISIONI IN SALA

di Andrea Borneto

La redazione di SDAC Magazine ha scelto inoltre altri cinque film come migliori visioni in sala del 2019:

PARASITE: L’ultima opera di Bong joon Ho è un presagio rocambolesco, un gioco cinico di inganni ma anche un affinato studio recitativo e di assegnazione delle parti, un meccanismo pronto ad esplodere in un cortocircuito di verità nascoste. Una commedia familiare pronta a sparigliarsi nel grottesco gioco violento di un immaginario lirico-visivo che si impone freddo come un coltello tra i polmoni. Un cinema in cui le metafore non sono astrazioni ma oggetti materici, armi contundenti come la roccia. (recensione e video approfondimento del critico Andrea Bosco) https://www.sdacmagazine.it/parasite-bong-joon-ho-recensione-e-video-approfondimento/

MARTIN EDEN: La rilettura dell’opera di Jack London da parte di Pietro Marcello e Maurizio Braucci fa parte di un cinema che ha un’anima e respira insieme ai suoi interpreti. Il suo archetipico protagonista è luogo d’i(n)spirazione e soggetto d’aspirazione di quella fame di brama borghese che altro non è se non un preludio di una coscienza politica libera e indipendente. La leggerezza di un sussurro si trasforma nella spasmodica invettiva e così il discorso si tuffa nell’oceano dell’essere nel mondo, in cui le immagini di repertorio sono riposte nel loro ruolo memoriale connettivo dove tracciano la parabola di un uomo tra gli uomini, cosicché la piccola storia possa divenire mondo e il mondo  divenire pezzettino di Storia. (recensione completa) https://acumedellagrume.com/2019/09/30/martin-eden-il-cinema-italiano-che-respira/

IL TRADITORE: Un ritorno in grande stile al cinema civile italiano per Marco Bellocchio  con un Pierfrancesco Favino nel pieno del suo processo di spodestamento, ai danni di un mai domo Toni Servillo, nell’assumere camaleonticamente le fattezze dei personaggi politici della recente storia italiana. Una lezione di sguardo e di asciutta e necessaria narrazione sulla mafia e sull’essere umano. Ne è il perfetto contro-altare, a completamento, “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, al quale non abbiamo fatto il dispetto di inserirlo in classifica, di catalogarlo, in quanto non si posiziona né al di sopra né al di sotto di sì voglia pellicole ma piuttosto al di fuori, in quanto fuori posto, scomodo e quindi inclassificato.

L’UFFICIALE E LA SPIA: Miglior Regia al Festival di Venezia, l’ultimo film di Roman Polanski è un film di spada sul prestigio, inteso come onore ma anche come trucco. L’opera del polacco rappresenta la manipolazione di un’accusa intrisa di ambiguità tra giustizia e opportunismo, dove i personaggi assumono nei gesti impolverati posizioni geometriche asimmetriche. Le mani si passano i documenti, le lettere e le carte come in una danza ipnotica di prestidigitazione. Una lotta d’immagine sottile come un foglio di giornale ma con l’ardire e l’ardore di un pamphlet.

THE IRISHMAN: Il commiato della decalcomania gangsteristica del maestro Martin Scorsese è una “reunion” tra amici che sa di fine del mito, nonché rappresaglia all’epica e quindi è una constatazione di realtà. Scorsese tramite Robert De Niro e il resto della banda (Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel) rivive tra la storia girando gli affetti e si confessa verso chi guarda, il mezzo cinema diviene religioso. Opera monumentale di una dipartita lenta e inesorabile, da spiare dallo spioncino della porta come il miglior Cinema del Tempo (l’ultimo Leone). Rimane allora solo lo smettere di imbiancare case e osservare  perciò quello spiraglio di vita che muore, semplicemente.