Il primo europeo d’America: Ernst Lubitsch

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Primo regista europeo a fare scuola negli Stati Uniti. Il primo a vedere il proprio nome su manifesti e locandine pubblicitarie. Un innovatore, di metodo e costume, accompagnato per tutta la carriera da una caratteristica creativa che Billy Wilder definì “il tocco alla Lubitsch”, un giusto equilibrio fra umorismo e velato erotismo, protagonisti delle sue raffinate commedie.

Tedesco, natio di Berlino, Ernst Lubitsch iniziò la sua carriera in patria, dirigendo commedie slapstick, parodistiche e spesso in costume. Raccolse un notevole successo e la sua fama arrivò fino Oltreoceano. Nel 1922 la star americana del cinema muto Mary Pickford, lo invitò a dirigerla nel film “Rosita” (1923). Da quel momento in poi la carriera del tedesco decollò. Iniziò a lavorare con miti del cinema americano come Greta Garbo, Marlene Dietrich (di origini tedesche) e Carole Lombard, attrici di grande fama e identificative del cinema muto statunitense. La sua direzione fu sempre autorevole e autoritaria, condividendo l’idea di molti suoi colleghi dell’epoca, che vedevano attori e attrici come meri esecutori di una visione più ampia: quella del regista.

Gli anni americani

Nel 1930 raccolse due candidature al Premio Oscar per la miglior regia. Rispettivamente per “Lo Zar folle” e “Il Principe consorte“. Candidatura replicata nel 1944 per il film “Il cielo può attendere“. Prima della sua morte, avvenuta nel 1947 per le conseguenze di un infarto, Lubitsch girò due film che entrarono più di altri nel portfolio leggendario della sua carriera. “Scrivimi fermo posta” del 1940 e “Vogliamo vivere!” del 1942. Il primo racconta una bizzarra storia d’amore, dove due giovani si innamorano per via di un carteggio al buio, mentre di persona si detestano, dando il via a molti siparietti divertenti e per l’epoca molto innovativi.

Una scena tratta da “Vogliamo vivere!”

“Vogliamo vivere!” è forse il film più internazionale di Lubitsch. Una commedia satirica fortemente accusatoria nei confronti del nazismo, che Lubitsch, nativo di Berlino, seguiva con occhio interessato. A riguardo di questo il New York Times scrisse, con tono critico: “si ha la strana sensazione che il signor Lubitsch sia un Nerone, che armeggia mentre Roma brucia”. Il film venne nominato per la migliore colonna sonora, agli Oscar 1943.

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