La parola al lettore: Il primo re (M. Rovere, 2019)

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Alessio Lapice, Alessandro Borghi e Tania Garribba (la dea Vesta)

Hanno scritto per SDAC Magazine, Andrea Borneto e Rosalba Vangelista.

Ecco di seguito le loro recensioni:

 

“Il primo Re” di Matteo Rovere . L’origine di Roma in stile graphic novel

Il film ambientato nel 753 a.C. racconta il mito fondativo fratricida dell’impero romano. Romolo e Remo, fratelli simbiotici che da agnelli diventano lupi.

La forma è quella della graphic novel, i tagli di inquadratura si pongono su quel tono dark ed estetizzante che lo spettacolo contemporaneo cinematografico e televisivo richiede, si pensi a Valhalla Rising (N.W. Refn, 2009) o semplicemente al Trono di spade. In terra sarda era uscito qualcosa di simile nello stile (crudo) e nell’intento, raccontare il popolo primitivo in chiave fantasy-action: il cortometraggio Nuraghes S’Arena del 2017 di Mauro Aragoni, con protagonista il rapper Salmo.

Matteo Rovere è anche produttore, soprattutto verrebbe da dire, perché ha l’occhio attento di chi prende spunto efficacemente da ciò che lo circonda e i riferimenti agli epigoni americani nei suoi film, sia girati che prodotti, ne sono la prova. Esempio ultimo è il precedente film da lui diretto Veloce come il vento,dramma sportivo che era un mix tra Rush The fighter, dove Accorsi reinterpretava il tossico allenatore redento, mimando il Christian Bale oscarizzato. C’è italianità, certo, soprattutto nel contenuto, ma la forma tende ad uno spazio più ampio dal respiro internazionale, tranello che il cinema di genere porta sempre con sé.

Negli anni 10 si voleva fare il botto con Cabiria, si torna sempre lì alla ricerca del kolossal, prendendo spunto da una fonte inesauribilmente accattivante quale è la Storia.

La mitologia fa sempre gola, e la regione Lazio non può non farla da padrona, e così insieme a Rai cinema e al Belgio promuove questo progetto ambizioso sul (suo) primo re. Roma, epicentro industriale del cinema italiano, è da un paio d’anni che prova il ri-generamento di nuove dinamiche produttive diverse dalla commedia, unico genere italico intramontabile (nel bene e nel male). E allora se non è romanesco è proto-latino, timbro d’autenticazione capitolino, lingua arcaica che riveste d’aura epica/mitologica l’atmosfera del film, affiancandosi, anche per la feroce spettacolarizzazione, al cinema brutal-realista di Mel Gibson, da Bravehearth ad Apocalypto passando per The Passion of the Christh.

Parafrasando Hobbes, gli uomini lupi figli della lupa vivono allo stato brado, non è un caso che uno dei corti di Rovere si intitoli proprio “Homo homini lupus”, essi si guerrigliano come bestie nella cornice di un misticismo primitivo e spietato. La prima parte è maschia e muscolare, figlia indiretta del fortunato genere degli albori, molto italiano, quale è il peplum degli Ercole e dei Maciste. Così all’inizio abbiamo Remo/Spartaco, un fagocitante Borghi che primeggia sul drappello di azzeccate comparse che formano il resto del branco, da segnalare Fiorenzo Mattu il Cristo sardo di Su Re (2013) di Giovanni Colombo, giusto per rimanere in tema di passioni regali e Sardegna.

Il vero asso tecnico di levatura internazionale è la fotografia alla Lubekzi di Daniele Ciprì, ci riferiamo soprattutto a The Revenant (A.G. Inarritu, 2015) e The New World (T.Malick, 2005), che utilizza la luce naturale come uno strumento di evocazione religiosa, e tramite fiamme e bagliori oscilla nel buio più tetro, tra l’oscura maledizione e l’accecata metafisica. La sopravvivenza nella foresta richiama al capolavoro di Herzog, Aguirre, furore di Dio (1972), anche lì il fiume era centrale e la natura feroce, il Tevere è infatti ripreso come un fiume amazzonico, bruto e vergine, specchio dell’irrazionale nei suoi tumulti e sfondo asfissiante nei suoi acquitrini. In questo caos Remo attraverso il sangue si erge a capo branco, divenendo prima gladiatore e poi Re-Nerone ante-litteram, il potere conquistato con la forza e la paura è il fondamento dell’impero.

Dall’altro lato della medaglia c’è l’amore viscerale per il fratello, il sacrificio, il lupo che torna agnello o meglio l’uomo che muore in quanto non divino. L’abbandono della fede coincide con la perdita del potere, il compimento dell’ineluttabile destino del Prometeo/Remo è tanto superomistico quanto tragico. Così sarà Romolo, il protetto, il debole, il predestinato che dalla cenere torna alla vita, a sostituire e assimilare il fratello, unendo i due poli nel segno del fuoco che brucia, fondando la civiltà con il prezzo del dolore, inflitto e da infliggere: uccidere per rinascere, l’agnello che diventa lupo. All’orizzonte si intravede il corpo confuso dei sette colli, con lo sguardo fisso nella brace ci si chiede: “C’è veramente Dio in quel fuoco?”

Andrea Borneto

Il regista Matteo Rovere con Alessio Lapice (Romolo) e Alessandro Borghi (Remo)

 

Il primo re: La consacrazione di Matteo Rovere e del nuovo cinema italiano.

“Due fratelli, soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la storia ricordi. Un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.”

Questa è una storia d’amore. Ma non la classica storia d’amore cui siamo abituati vedere in un film spietato ed epico. Questa è la storia di un amore viscerale e indissolubile tra due fratelli, destinati a scrivere il destino di un popolo, il nostro. Romolo e Remo, come la leggenda narra, figli gemelli della Sacerdotessa Rea Silvia e del dio della guerra Marte, sopravvivono alla corrente del fiume Aniene, dove la stessa madre verrà gettata per colpa della sua gravidanza, contrapposta alla castità riservata, come prevedeva la legge dell’epoca, alle vestali. I due bambini diventano uomini in un mondo duro e arcaico, ed è qui che Matteo Rovere inizia a raccontarci la loro storia. Un film co prodotto da Rai Cinema, Roman Citizen, Groenlandia e Gapbuster. Italia, Francia, Germania e Belgio danno vita a un capolavoro tutto italiano. Girato tra Manziana, Nettuno e Alviano dal regista Matteo Rovere dove, in undici settimane, attraverso ricostruzioni storiche meticolose e collaborazioni con archeologi, sono riusciti a raccontare qualcosa che fino a oggi non era mai stato raccontato in Italia. La bellezza delle location incontaminate, i costumi e le perfette scene di lotta ci portano nel lontano 753 A.C.

Un film spettacolare, cinema di altissimo livello grazie a un team di professionisti e all’impeccabile regia del giovane Rovere e dalla bravura recitativa di Alessio Lapice (Romolo) e Alessandro Borghi (Remo).

Il film si avvale della fotografia di Daniele Ciprì, che ha utilizzato la luce naturale con una maestria mai vista. Molti momenti del film sono talmente belli visivamente che mi hanno a dir poco estasiata. Campi lunghi, giochi di luci e ombre: un dipinto che prendeva vita sullo schermo in sala. Completamente girato in esterno, sotto la pioggia e il freddo, il film ci riporta totalmente nell’epoca anche attraverso una lingua sconosciuta: il protolatino, ricostruita con studiosi filologi e semiologi.

Un grande lavoro di ricerca e ricostruzione linguistica e del territorio. Una prova ardua ma completamente riuscita per i due protagonisti Borghi e Lapice che, se anche con poco dialogo, hanno trasmesso tantissimo con una recitazione di sguardi incredibile. Il primo re è un gioiello non solo per il cinema italiano ma internazionale. Un film di cui essere orgogliosi, che ci porta a rivivere quello che eravamo, quello che Roma è stata un tempo.

Uscito nelle sale giovedì 31 gennaio è salito immediatamente in classifica, aggiudicandosi il primo posto. Scritto da Filippo Gravino, Francesca Manieri e Matteo Rovere, che hanno raccontato in un modo nuovo questa storia, farà parlare molto di sé.

La prima scena di lotta, a dir poco stupenda, mi ha ricordato Spartacus di Stanley Kubrick e la sua -rivoluzione-, tecnica, costumi e trucco mai visti in un film nostrano.

Sopravvivenza, misticismo e amore fraterno giocano e si sviluppano in un contesto perfettamente ricostruito e riuscito. Unico e piccolo appunto: avrei inserito qualche colpo di scena in più a livello emotivo per creare ancora più pathos. Resta il fatto indiscusso che Il primo re rivoluziona il nostro cinema e ci fa sentire tutti orgogliosi e fieri di far parte, in qualche modo, di questa storia.

Rosalba Vangelista

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