Le cose che restano: l’emozionante documentario su Ezio Bosso

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Ezio Bosso: Le Cose che restano, un documentario evento, distribuito nelle sale italiane il 4, 5 e 6 ottobre 2021, grazie al lavoro del nostro partner Nexo Digital. Una pellicola profonda, pregna di musica, cinema e significati esistenziali. Protagonista assoluto Ezio Bosso: compositore polistrumentista e direttore d’orchestra, scomparso nel maggio 2020 a causa di una malattia neurodegenerativa che lo affliggeva da tempo. Il film è diretto da Giorgio Verdelli, prodotto da Sudovest Produzioni, Indigo Film con Rai Cinema.

La sala dieci del The Space Cinema del Porto Antico di Genova si riempie lentamente, mentre sullo schermo passano i titoli di testa. Il primo segmento che ci viene regalato da questa pellicola è uno stralcio di concerto tenuto da Ezio Bosso nel Tempio di Serapide a Pozzuoli, nel 2016. Le dita scorrono sui tasti, il corpo si contorce in un’estasi vibrazionale, profonda, dolorosa. Questo concerto sarà riproposto durante il film, quasi a sostenere musicalmente i momenti più emozionanti della pellicola. Da questa magica ambientazione parte il viaggio filmico, denotato da una struttura lineare, intervallata da interviste all’artista, contributi di colleghi, amici e familiari. Senza trascurare i momenti chiave che hanno costituito e forgiato il lato umano, pubblico e privato, dell’artista torinese.

Il racconto dell’infanzia

Ezio Bosso da bambino, in compagnia del fratello maggiore, durante una visita alla casa di campagna dei nonni. (Fonte: repubblica.it)

Ezio Bosso nasce nel 1971 da una famiglia operaria, che vive nella periferia di Torino, precisamente in Borgo San Donato. Ci viene raccontata l’umanità del suo quartiere: ex contadini del nord, famiglie della piccola borghesia, ma soprattutto immigrati dal sud Italia, in cerca di fortuna nelle grandi fabbriche torinesi, simbolo, all’epoca, di riscatto economico e sociale. La situazione politica e sociale non è trascurabile da questo punto di vista, nel documentario viene evidenziata la forte presenza del terrorismo e di certo banditismo, tipico dei travagliati anni settanta italiani. In questo clima grigio fumo, la testimonianza della sorella Ivana ci consegna un’immagine tenera e personale di Ezio: il piccolo di casa, il fratellino minore, quello che saltava sul materasso e che cercava con grande curiosità di farsi spazio in un mondo non sempre facile. L’emozione è già palpabile.

Gli inizi e la scena torinese

Preziosa è anche la testimonianza di Fabio Bosso, che racconta commosso il primo approccio alla musica del fratello, avvenuto all’età di soli quattro anni. Da qui in poi si assiste alla crescita artistica di Ezio Bosso, che passa attraverso vari step, molto diversi fra loro. A testimonianza di questo assistiamo a una bella intervista ad un amico conosciuto al conservatorio: Oscar Giammarinaro, storico frontman della band ska Gli Statuto, dove Bosso ha suonato il basso fino al 1988, partecipando all’incisione del primo disco del gruppo: Vacanze. Bosso rimarrà sempre fortemente legato alla band e alla sottocultura mod.

Ezio Bosso, all’epoca chiamato Xico, al centro. (Fonte repubblica.it)

Lo studio e il successo degli anni novanta

Nel frattempo il suo percorso, attraverso lo studio e varie esperienze in Italia e all’estero, si focalizza sul contrabbasso, grazie alla quale viene notato da varie personalità artistiche. Giovanissimo conosce il maestro Ludwig Streicher, che lo convince a focalizzarsi sullo studio della Composizione e Direzione d’Orchestra all’Accademia di Vienna. Gli anni novanta saranno per lui un periodo di florido itinere, si esibirà in quasi tutti i Teatri più prestigiosi del mondo. Il documentario raccoglie innumerevoli testimonianze di questo periodo. Molti colleghi e amici descrivono Ezio Bosso come una persona piena di vita, immediata, geniale e a tratti difficile, ruvido nel difendere la propria filosofia. Schivo e poco confidente con il pubblico e i mezzi di comunicazione. Atteggiamento che muterà radicalmente con il passare del tempo. Quello che invece non muterà, sarà la corporeità dell’artista durante l’esibizioni, una certa potenza fisica nell’interpretazione, che non cederà nemmeno nei periodi più difficili della sua vita e che riesce ad emozionare anche on  screen.

La collaborazione con Salvatores e la malattia

Un segmento molto importante e coinvolgente della pellicola, è quello dedicato alla conoscenza e alla collaborazione di Bosso con il regista italiano Gabriele Salvatores. I due iniziarono a lavorare insieme dai tempi di Io Non Ho Paura, film del 2003, per poi continuare con Quo vadis, baby? nel 2005. Il terzo lavoro insieme sarà Il ragazzo invisibile, del 2014, dove qualcosa però cambiò in modo radicale. Salvatores stesso racconta, visibilmente emozionato, che quando chiese ad Ezio Bosso di dirigere l’orchestra per le registrazioni della colonna sonora, vide una strana reazione nei suoi occhi. Bosso era già consapevole di essere affetto da una malattia neurodegenerativa, scoperta dopo una visita di controllo avvenuta dopo un banale incidente d’auto. Era consapevole, inoltre, che la stessa gli avrebbe comportato gravi problemi motori, fino forse all’impossibilità di suonare e dirigere. Nonostante questo si mise all’opera e il documentario ci regala una delle immagini fra le più commoventi: Bosso agli Abbey Road Studios, seduto su una sedia adeguatamente modificata, dirigere la composizione della colonna sonora, fra l’estasi dei presenti. Vi lasciamo qui sotto un segmento, trovato sul canale Youtube della Digital Records di Roma.

“Che ci faccio qui?”, l’esibizione a Sanremo

Altro capitolo mitico e struggente dell’epopea documentaristica diretta da Carlo Verdelli. Due ore di documentario che non riescono a raccontare tutte le cose che restano di Ezio Bosso ma che sono capaci di toccare le corde dell’anima dello spettatore, fino alla più sincera emozione. Anche grazie all’idea di riproporre l’esordio del Maestro nel tempio della musica mainstream italiana: il Festival di Sanremo del 2016. Intervistato da Carlo Conti, stretto fra il presentatore e il pianoforte, la prima sua prima battuta è “Che ci faccio qui?”, sintomo di stupore e nel contempo primo soffio di consapevolezza nei confronti di quella che è stata la sua rivoluzione: portare la Musica a tutti. L’apice si raggiunge nel racconto della sua ultima (all’epoca) raccolta: The 12th Room. Non solo musica, bensì una vera e propria filosofia di vita circolare. Il resto è Storia della televisione, della musica e della comunicazione, perfettamente raccontata nel documentario, grazie anche alla preziosa testimonianza di Carlo Conti stesso. Il tutto, ovviamente, si chiude con una standing ovation.

Il ruolo istituzionale e il discorso al Parlamento Europeo

Il documentario va a indugiare anche sull’aspetto istituzionale di Ezio Bosso, nel periodo in cui venne designato come Direttore del Teatro Comunale di Bologna. Esperienza non positiva per l’artista, che come spesso accade si trovò ad affrontare un’ambiente, quello amministrativo, immobilizzato da diverse istanze. Altro capitolo importante di questo intenso documentario, è sicuramente il discorso al Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria. Qui fuoriesce tutta la filosofia di vita dell’artista, dove viene ribadito un concetto fondamentale nelle opere e nell’esempio di Bosso: la Musica si può fare solamente insieme. E a questo punto della visione, a tutti gli spettatori, è scesa più di una lacrima. Come a sancire il ricevimento di una lezione importante, un dono che resta.

Ezio Bosso: Le cose che restano non è solamente un documentario, un semplice biopic che si barcamena fra realtà e fiction. Il documentario di Verdelli è un atto necessario, lontano dagli incensamenti post-mortem e dalla santificazione postuma. È la storia di un cittadino italiano, di un cittadino del mondo, che ha difeso fino alla fine la sua personale visione dell’arte, intesa come musica, intesa come vita. Radicandosi nel dialogo comune, affondando le proprie radici nella moltitudine, artistica, sociale e culturale. Speriamo che questo prodotto possa essere disponibile presto per la visione non solo al cinema, dove è stato presentato come documentario evento, quindi limitato nel tempo, ma anche in altri lidi, dove la fruizione e la diffusione possa essere ancor più capillare.

A.M.