L’uomo che uccise Don Chisciotte

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Locandina del film

Potrebbe essere il film evento dell’anno ed è sicuramente uno dei prodotti più originali, personali, indipendenti, affilati, schietti, intelligenti, sani degli ultimi vent’anni; praticamente da quando Terry Gilliam ha messo mano sul progetto e ha deciso di portarlo sullo schermo.

Non si può guardare L’uomo che uccise Don Chisciotte e ignorarne la travagliata produzione, durata appunto più di 20 anni, tra intoppi, disastri naturali, sospensioni, mancanza di fondi e ritiro dell’attore protagonista a riprese iniziate. Quest’anno, nel 2018, ha finalmente trovato la luce dei proiettori cinematografici, è stato distribuito nelle sale e ha avuto l’onore di chiudere il Festival di Cannes (presentato fuori concorso). Non si può recensire il film senza una dovuta presentazione delle vicissitudini che ne hanno preceduto la realizzazione.

Per approfondire visivamente si consiglia di vedere il documentario Lost in La Mancha (2002), nato come un curato backstage del film e dal quale Terry Gilliam pensava di ricavare un ulteriore utile del film. Risultato: il film è un perfetto testimone video di quei tragici e nefasti giorni.

Foto del set di Lost in La Mancha (2002)

Da allora il regista non ha mai mollato il progetto e nel 2010 aveva annunciato un nuovo inizio delle riprese, cancellato poi dal ritiro dei finanziamenti da parte della produzione. In questi anni Gilliam non è però stato sicuramente fermo con altri progetti: ha portato a casa grandi titoli (Parnassus del 2009 e The Zero Theorem del 2013), un discusso ma interessante Tideland (2005) e un commerciale ma divertente I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005). Scarsi incassi e senza farsi mancare qualche grosso imprevisto (vedi Parnassus con la morte di Heath Ledger) l’interesse delle case di produzione non ha garanzie a cui aggrapparsi per investire sull’artista.

Nel 2016 Gilliam annuncia che il progetto riparte, con un soggetto e una sceneggiatura diversi da quelli che nel 1998 vedevano Jean Rochefort e Johnny Depp protagonisti. Questi vengono sostituiti da Jonathan Pryce e Adam Driver e il budget, questa volta garantito, è di 17 milioni di dollari, circa la metà rispetto a quello del 1998 (di 32 milioni!). Terry Gilliam gira per 3 mesi tra la Spagna, le Canarie e il Portogallo.

Il film è Terry Gilliam! Il regista concentra in un film di due ore e un quarto così tante chiavi di lettura che non basterà una visione e nemmeno una dozzina per coglierne tutti i messaggi, citazioni, critiche e analisi di un mondo reale, fuso con quello dell’immaginario, duale con lo schermo cinematografico, duale con la realtà. Riguardo la tecnica registica, i costumi (straordinari), le scenografie, la musica, la recitazione degli attori, basta dire che sono impeccabili come tutti gli ultimi film del regista.

La genialità di Terry Gilliam, e la bellezza spettacolare di questo film, si manifestano sin dall’inizio in un dialogo volutamente confuso con lo spettatore, andando contro le regole convenzionali della narrazione (prima mostrandole e poi distruggendole). Si va contro la costruzione classica dei personaggi e si presentano in modo originalissimo le critiche alla società, di sempre e di adesso. Tutto diventa il contrario di tutto, il caos sembra dominare la comprensione dello spettatore ma è proprio la maestria di Gilliam che porta lo spettatore di fronte a percorsi che annientano innanzitutto la prevedibilità e la classicità di molte scene, a partire dall’inizio quando si presenta il metafilm di Adam Driver che interpreta un regista esageratamente raffinato e apparentemente corrotto dai soldi di Hollywood; invece il suo personaggio non è così oscurato dei vizi che lo circondano, come le lusinghe della moglie del produttore o le leccate al posteriore della troupe. Brillano in negativo di più i tre assistenti di produzione cinesi, che vestono di un identico completo blu e che come corvi dal sorriso maligno stanno nelle retrovie, sempre in secondo piano, a osservare le varie vicende del set. Non parlano mai ma dicono moltissimo.

Una scena del film (Adam Driver nel ruolo di Toby e Jonathan Pryce nel ruolo di Don Chisciotte)

Dopo qualche minuto la confusione entra nella percezione dello spettatore, quando comincia il viaggio dell’eroe. Nel primo quarto d’ora troviamo un montaggio e una regia così lineare (volutamente) che dà l’idea di non esserci Gilliam alla regia; ma basta aspettare la terza scena, alla fine del primo flashback, che si rinuncia subito a una formalità tipica di chi segue le direttive della casa di produzione. Geniale il gesto straordinario di Adam Driver che si sposta i sottotitoli (come Tarantino in Pulp Fiction e il quadrato mimato da Mia Wallace). Qui Gilliam mette subito le cose in chiaro e parla schietto: buca lo schermo e stravolge inanzitutto la percezione della scena e insieme quella della realtà, giocando con il metacinema andando, con sapiente uso del ritmo, a recuperare un surrealismo di cui questo film ne è un’espressione splendida.

La realtà di un film e la vita vera si sono fuse e l’amore verso la fantasia e questa stessa si sono allontanate dal cinema. Strabiliante la scena della cavalcata di Don Chisciotte bendato sulla giostra durante la festa nel castello del produttore russo (un ottimo Jordi Molla e che Gilliam non si fa sfuggire l’occasione di accollargli l’ombra di Harvey Weinstein).

sul set de L’uomo che uccise Don Chisciotte

L’omaggio a Mario Bava (finale de I tre volti della paura) che Gilliam fa con questa scena è da inchino, oltre a farsi l’autocitazione di Le avventure del barone di MunchausenLa leggenda del re pescatore.

Gilliam svela la costruzione delle scene anche dove non è necessario, con trucchi semplici ma che funzionano, come luci e riflettori in vista, provocando l’emozione dello spettatore ma allo stesso tempo crea un dialogo, una discussione continua, agitata e nervosa. Lo spettatore ha bisogno di trovare verità nei personaggi: vuole vedere gli eroi. Questi appaiono infatti nel momento in cui compiono la loro trasformazione finale: gettano la scorza di un’immagine esterna che si sono costruiti per avere l’identità orientata verso l’ascesa della scala sociale. Così si fondono con la coscienza dello spettatore che, come un secondo regista, inevitabilmente riconosce il bisogno di passione e di vera arte: rifiuta e attacca le “redini” delle case di produzione, i budget più stretti di un collare e rifiuta le convenzioni del cinema classico. La trama e il ritmo, il film in generale, non hanno fin ora accontentato tutto il pubblico e ancora una volta, purtroppo, gli incassi non voleranno. Ma questo cinema ha una voce ancora fresca, potente e liberatoria. Un voce rassicurante per chi crede ancora in quel cinema artigianale che fa sognare insieme ai suoi stessi creatori. Andatelo a vedere al cinema finchè è nelle sale perchè è un capolavoro firmato Terry Gilliam.

a cura di Alessandro Bellagamba

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