Oltre la nebbia

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Oltre la nebbia – il mistero di Rainer Merz (di Giuseppe Varlotta)

Bellinzona, Svizzera. Un detective privato (Pippo Delbono) viene chiamato da Rosa Carlini (Corinne Cléry) per indagare sulla scomparsa del suo compagno, un famoso attore, Rainer Merz. Il fatto capita durante le riprese di un film storico su Federico II dove lo stesso Rainer Merz ne interpretava il personaggio principale.

Le indagini sul caso faranno riemergere nel protagonista un passato oscuro legato a sette misteriose e a un mondo esoterico legato al sovrannaturale. Il regista Giuseppe Varlotta, autore del soggetto e della sceneggiatura, ci presenta un thriller psicologico dai risvolti orrorifici, dove il protagonista assoluto è il borgo stesso dove accade tutto: nascosto tra le montagne svizzere, dall’atmosfera pulita e apparentemente immacolata, tanto da far sentire lo spettatore ancor più isolato e distaccato da qualunque rapporto sociale e solidale. L’atmosfera è sorretta da una buona fotografia e da belle idee registiche, ad esempio quando seguiamo l’investigatore per le strade della città, le location assumono un tono spettrale e inquietante. Le allucinazioni di cui soffre il protagonista si collocano perfettamente in un questo contesto, un mondo sospeso nel tempo, trascinando così la curiosità dello spettatore fino alla sorpresa finale dove si svelerà il mistero che cela il passato dei protagonisti.

Al secondo lungometraggio (il primo film è Zoè, 2008), Giuseppe Varlotta mantiene il gusto della narrazione guidata, ovvero chiarendo da subito che c’è un mistero da colpo di scena che si svelerà nel finale, ma l’opera è farcita di simboli e dettagli che non rallentano la narrazione e richiedono sicuramente più di una visione dell’opera. C’è il richiamo alle rune e alla cultura celtica (che nell’antichità si era sviluppata fino a quelle valli elvetiche, lasciando tracce nascoste ma ancora visibili), alla massoneria, all’esoterismo, al simbolismo dei tarocchi, in odor di atmosfera jodorowskiana.

Corinne Clery

Un tema su tutti traina le scene madri: quello del sesso femminile. Il regista semina simboli ed elementi chiave che a uno primo sguardo possono apparire come semplici ingredienti d’arredamento filmico, dimostrando invece, soprattutto nel finale, la loro funzione, attraverso la costruzione di un buon climax, ne vengono espresse le diverse sfaccettature, che sfocerà alla scena surrealista finale.

Non un film da salti sulla sedia bensì inquietante, soprattutto nelle ore successive alla visione, quando gli elementi assorbiti cominciano a fondersi e a trasformarsi in qualcosa che solo una o più revisioni del film possono definire a parole. Il film sul grande schermo è decisamente una bellezza per gli occhi dello spettatore, non solo per la bravura degli attori ma per l’intero reparto tecnico, in primis le scelte del regista. Anche se è un film del 2018, il film tornerà nelle sale per le repliche e invitiamo il pubblico a vederlo e seguire il giovane regista che con questa sua seconda opera, ci ha divertito, inquietato ed emozionato.

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