Recensione di Nope, il nuovo film di Jordan Peele

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Il Direttore di SDAC, Alessandro Bellagamba, ha scritto la recensione di Nope, il nuovo film del regista americano Jordan Peele. Un’avventura horror che non vi lascerà indifferenti.

Attenzione al pitch del film, perché se avete visto il trailer o letto qualcosa della trama, potete dimenticarvi tutto e resettare la memoria per godervi una spettacolare (termine non a caso) avventura horror che difficilmente lascerà invariati. Recensione di Nope

Come da incipit, attenti al pitch, perché Jordan Peele, qui al suo terzo film, continua lo studio sulla ricerca dell’identità perduta. Se nei primi due film si concentra sull’uomo, sull’etnia differente, sul razzismo e l’uomo bianco che cerca di dominare l’afroamericano eccetera, qui l’identità forse è proprio nella natura delle cose, e perché no, forse del film stesso.

La trama è semplice, poiché vediamo un “villain” che viene dall’alto e da lontano, che tormenta un ranch di addestratori di cavalli, risucchiando tutto quello che trova sotto di sè, fagocitando e restituendo con dei violentissimi “sputi” ciò che non digerisce (metallo, oggetti vari).

Jordan Peele sul set di Nope.

Il regista alza il tiro sia a livello di scrittura che di tecnica registica e inquadrature, sfruttando un cospicuo budget che gli permette giochi e virtuosismi di macchina e anche di effetti speciali digitali molto interessanti, che regalano un finale molto classico e farcito di citazioni e omaggi.

Alcune inquadrature horror sono davvero esaltanti per i fan del genere, ma non aspettatevi jumpscares poiché è l’inquietudine e l’ansia che dominano l’emozione dello spettatore. Ma gli horror a questo giro diventano due, e il gioco con lo spettatore diventa chiaro nel finale, quando anche i personaggi, chiari riferimenti alle macchiette anni Ottanta e al puro cinema d’intrattenimento, ma mantenendo una serietà e rispetto espliciti verso il cinema e, soprattutto, la fotografia (in senso assoluto).

Non a caso le fotografie di E. Muybridge compaiono sia nel film che nei titoli di testa, e complicano la lettura del prodotto, quando è in realtà un’ulteriore chiave di lettura del film, che omaggia cultura, arte, e memoria.

Il regista non si fa mancare il tema della famiglia, della società hollywoodiana, dove l’unico vero artista sembra il montatore e operatore di documentari (interpretato dallo straordinariamente mistico e onirico Michael Wincott), che regala una scena finale memorabile e deliziosamente cinica.

Michael Wincott in azione sul set.

Forse quella innocente scarpetta iniziale, macchiata di sangue, rappresenta proprio il messaggio del regista che osserva come il mondo riesca a mantenere l’equilibrio anche se capitano sia miracoli positivi che negativi, e il punto è che tutto va accettato e ci si deve adeguare di conseguenza.

Non a caso, il “villain” del film, assume una forma decisamente simile all’arma che sul finale lo neutralizza, cercando di evitare più spoiler possibili. Questa arena, con la ricerca della testimonianza e di un bisogno di appartenere alla realtà, è irrefrenabile, questo spiega l’ultimo gesto estenuante della sorella del protagonista, interpretato dal suo molto bravo attore feticcio Daniel Kaluuya.