SDAC va in Giappone: il cinema di Akira Kurosawa

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Continua il viaggio in Giappone di SDAC Magazine. Grazie all’accurata monografia di Ferdinando Lercari, studente SDAC, oggi vi porteremo nel cinema e nel mondo del maestro Akira Kurosawa. Buona lettura.

Oggi nasceva uno dei registi più importanti e iconici della storia. Akira Kurosawa si colloca senza alcun dubbio nella cerchia dei massimi autori della cinematografia giapponese e mondiale. Ha avuto enorme riscontro di pubblico e critica in occidente, inaugurando di fatto la prima grande stagione del cinema giapponese all’estero con la vittoria di Rashomon a Venezia nel 1951. Basti pensare, ad esempio, all’influenza che ha avuto su George Lucas, fan di Kurosawa sin dai tempi dell’università, nella realizzazione di Star Wars. Lucas infatti riprese diversi elementi da La fortezza nascosta (1958), al punto da fargli addirittura contemplare la possibilità di acquistarne i diritti durante la prima stesura del film.

L’idea di far raccontare la storia dal punto di vista di due personaggi minori – R2-D2 e C-3P0 – è, per sua stessa ammissione, ripresa dalla coppia di contadini del film di Kurosawa. Anche la parola “Jedi”, secondo alcune interpretazioni, potrebbe risalire alla parola “jidaigeki” (“dramma storico”). Sergio Leone, al di là delle differenti versioni dei testimoni, si è ampiamente ispirato a La sfida del samurai (1961) nella realizzazione del suo Per un pugno di dollari (1966), caposaldo dello spaghetti western e remake non dichiarato dell’opera di Kurosawa. Celebriamo l’anniversario della nascita di questo grande regista con una panoramica generale delle tappe fondamentali della sua carriera.

L’esordio

Kurosawa sin da giovane mostra un forte interesse per il cinema. In un primo momento, grazie all’apertura di suo padre verso le tradizioni e l’arte occidentali, ricorda di aver visto Zigomar (1911), film francese noto in Giappone in quanto capro espiatorio del Ministro dell’educazione per scagliarsi contro il presunto influsso negativo del cinema sui giovani: venivano infatti frequentemente segnalati gruppi di ragazzini intenti a giocare imitando le azioni dei criminali francesi, e i giornali non tardarono a etichettarli in maniera colorita come “bande di zigomar”.

Ma è soprattutto grazie ai consigli del fratello maggiore che iniziò a formarsi una buona cultura cinematografica. Heigo Kurosawa lavorava come benshi, figure di spicco del cinema muto giapponese che si occupavano di esporre al pubblico il contenuto dei film, con descrizioni di trama, ambientazione e differenze culturali. In questo periodo ricorda di esser rimasto molto colpito da La rosa sulle rotaie (1923) di Abel Gance.

Frame tratto da “La rosa sulle rotaie”.

Kurosawa iniziò a lavorare nel mondo del cinema dopo il suicidio di suo fratello, presumibilmente causato dalla crisi della professione dei benshi che con l’avvento del sonoro iniziarono a scomparire. Dopo qualche anno di lavoro come assistente alla regia di Kajirō Yamamoto, esordì nel 1942, in piena guerra, con Sanshiro Sugata. Si tratta di un classico film sulle arti marziali, l’ultimo di una serie di sceneggiature rifiutategli dalla censura: fu solo grazie all’intervento del collega Yasujiro Ozu (di cui abbiamo parlato QUI), alzatosi in piedi per lodare il film durante la discussione con la commissione censoria, che questo gli venne finalmente approvato.

Dopo la legge sul cinema del 1939 il governo poteva infatti intervenire in ogni fase della produzione e della distribuzione di un film. Non era consentito alcun contenuto “sovversivo” di critica verso il governo o l’imperatore, ma era sufficiente anche solo che venissero rappresentate scene di felicità individuale, donne intente a fumare sigarette o a intrattenersi nei locali, terminologie straniere o semplici baci, perché la sceneggiatura non venisse approvata. Nel caso del film di Sanshiro Sugata, la contestazione riguardava le parti in cui il protagonista incontra la figlia del suo rivale, bollate dalla commissione come scene d’amore di stampo angloamericano. Akira Kurosawa cinema. Akira Kurosawa Cinema.

Il successo internazionale

Dopo alcuni film minori, nel 1946 realizzò Non rimpiango la mia giovinezza, l’unica pellicola dell’intera filmografia di Kurosawa insieme a La più bella (1944) in cui la protagonista della storia è una donna. Racconta la storia d’amore tra la figlia di un professore che ha perso il lavoro a causa delle sue idee liberali e un giovane studente antimilitarista, arrestato per aver partecipato alle proteste studentesche. Si tratta di un’opera interessante poiché di stampo politico, sebbene Kyoko Hirano nel suo “Mr. Smith Goes to Tokyo” rilevi il fatto che Kurosawa si sia astenuto dall’assumere una precisa posizione politica, limitandosi alla rappresentazione di temi graditi agli statunitensi.

D’altro canto, il regista nella sua autobiografia lo ricorda come il primo film realizzato nell’atmosfera di libertà del dopoguerra. Va detto che in realtà il cinema dovette sottostare a controlli americani fino agli anni ’50, che interessavano per lo più i film storici ambientati in epoca feudale a causa dei loro temi intrinsecamente militaristi – ne fu vittima anche lo stesso Kurosawa con Gli uomini che mettono il piede sulla coda della tigre (1945).

Immagine tratta dal film “L’angelo ubriaco”.

Nel 1948 realizzò L’angelo ubriaco, opera a tratti noir di stampo neorealista. Sullo sfondo di una Tokyo caotica e decadente del primo dopoguerra, il giovane gangster, Matsunaga, dopo aver scoperto di avere la tubercolosi, continua per orgoglio a rifiutare l’aiuto del medico, Sanada, il quale riuscirà solo dopo diversi tentativi a convincerlo a seguire le cure. Matsunaga, però, rimarrà coinvolto in una lite interna alla Yakuza e verrà ucciso.

L’angelo ubriaco non solo segna l’inizio della collaborazione di Kurosawa con il musicista Fumio Hayasaka e con il talentuoso Toshiro Mifune, nei panni di Matsunaga, ma è anche un’opera seminale, prefigurativa di una serie di elementi tematici e stilistici che ritornano in diverse opere del regista di ambientazione contemporanea. Secondo il critico Mark Schilling è inoltre il primo film a raccontare la Yakuza del dopoguerra, pur essendo slegato dai topoi del genere. Dopo altre pellicole notevoli come Cane Randagio (1949) e Scandalo (1950) in cui Kurosawa prosegue nella rappresentazione della decadenza morale di un paese che fatica a riprendersi dalla guerra, nonostante il forte desiderio di rivalsa, con Rashomon avviene una svolta. Akira Kurosawa cinema.

DVD del film Rashomon, con doppiaggio originale d’epoca.

Ambientato nel dodicesimo secolo, mette in scena una vicenda narrata da molteplici punti di vista: una donna viene violentata e suo marito ucciso. La verità rimane elusiva e non si giunge a nessuna ferma conclusione. L’autore non elegge a oggettivo nessuno dei punti di vista, suggerendo una visione pessimistica della verità e della giustizia, caratterizzata da un relativismo morale vicino a quello delle opere precedenti; ma a questa visione vi contrappone il gesto finale di speranza del taglialegna che porta a casa con sé un bambino abbandonato. I forti contrasti tonali accentuano l’espressività dei personaggi e ne ridefiniscono continuamente, al variare del narratore, l’indole e il carattere, contribuendo in maniera essenziale alla rappresentazione ambigua della vicenda.

Grazie all’intervento di Giuliana Stramigioli, responsabile dell’Italiafilm in Giappone, il film venne inviato al festival di Venezia e si aggiudicò il Leone D’oro – in seguito ottenne anche l’Oscar al miglior film straniero. Nonostante la vittoria fosse motivo di orgoglio e di riscatto per il Giappone, che sentiva finalmente di poter tornare a farsi valere sulla scena internazionale, alcuni critici sostenevano fosse un problema aver offerto all’occidente una visione così esotica della propria cultura. A tal proposito, affermava lo stesso Kurosawa: ”I critici giapponesi insistettero che i due premi erano semplice conseguenza della curiosità degli occidentali e del loro gusto per l’esotismo; questa reazione mi sembrò aberrante allora come oggi.” Akira Kurosawa cinema Akira Kurosawa cinema. Akira Kurosawa cinema.

Toshiro Mifune nei panni del bandito in “Rashomon”.

Una polemica che non fu estranea nemmeno in occidente: vi si aggiunsero personalità di spicco come Jacques Rivette, André Bazin e Jean-Luc Godard, che accusavano Kurosawa di eccessiva piaggeria verso l’occidente.

Il Periodo d’oro

Gli anni cinquanta furono il periodo più prolifico per il cinema nipponico, sia da un punto di vista qualitativo che quantitativo: rifiorirono le major, crebbe il numero di sale e di film importati e la produzione interna aumentò radicalmente. Kurosawa, dopo un film di scarso successo tratto dal romanzo L’idiota di Dostoevskij, firma un altro dei suoi capolavori: Vivere (1952), liberamente ispirato a La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj. Watanabe, zelante burocrate di Tokyo, scopre di essere prossimo alla morte e, alla ricerca del senso della propria esistenza, finora sprecata dietro una scrivania, decide di lottare contro la grottesca burocrazia kafkiana di cui fa parte.

Un film che, riprendendo sotto una nuova luce temi già affrontati in precedenza (ad esempio ne L’angelo ubriaco o ne Il duello silenzioso), riesce a delineare un dramma profondamente intriso di cinismo e disincanto, ricco di immagini senza tempo – si pensi a Watanabe sommerso dalle scartoffie nel suo ufficio o sull’altalena alla fine del film. La morte del protagonista non conclude l’opera, ma avvia una seconda parte in cui conoscenti e familiari, riuniti alla veglia funebre, discutono su quali possano essere stati i motivi del suo cambiamento recente: ciascuno ricostruisce un ritratto diverso di Watanabe, analogamente a quanto avviene in Rashomon. Qui però si arriva ad una conclusione che, nel suo essere effimera e priva di significato, accentua ancor di più l’amarezza di quella condizione di vita: Watanabe viene presto dimenticato.

Libro “Il cerchio e la spada. Lettura de «I sette samurai» di Kurosawa Akira“. Ediz. illustrata. 

Due anni dopo, Kurosawa gira la sua opera magna: I sette samurai (1954). Un film difficile da un punto di vista produttivo, realizzato con sforamenti del budget e continui ritardi. Il più dispendioso di risorse del decennio, ma allo stesso tempo il film di maggior successo internazionale, sebbene la distribuzione sia avvenuta attraverso versioni tagliate arbitrariamente di paese in paese. Un connubio di azione dinamica e momenti di riflessione melanconica dove vengono approfonditi i rapporti tra i personaggi – purtroppo spesso trascurati nelle versioni rimaneggiate.

“I sette samurai”

Kurosawa sfrutta al massimo la sua tecnica di ripresa a tre camere simultanee, le lunghe focali e il rallentatore per girare delle scene d’azione memorabili che rimarranno nella storia. L’influenza sulla cinematografia successiva è inquantificabile, tra remake dichiarati come I magnifici sette (1960) di Sturges – al quale Kurosawa ha offerto una spada cerimoniale giapponese come ringraziamento –, seguiti derivativi e i film che hanno attinto elementi dalla storia o dalla tecnica, ad esempio Il mucchio selvaggio (1969) di Sam Peckinpah e Bonnie e Clyde (1967) di Arthur Penn.

Il decennio prosegue alternando splendide reinterpretazioni letterarie da Shakespeare, con Il trono di sangue (1957), adattamento del Macbeth e I cattivi dormono in pace (1960), liberamente ispirato all’Amleto; e film in costume, come i già citati La sfida del samurai e La fortezza nascosta. Infine, Barbarossa (1965) conclude il sodalizio con Toshiro Mifune e, a causa dei continui ritardi, dovuti anche a problemi di salute del regista, incrina i rapporti con la casa di produzione.

La crisi e gli ultimi capolavori

Kurosawa in quest’ultima fase, dopo esser stato estromesso e sostituito da Shinji Fusaku nel progetto hollywoodiano Tora! Tora! Tora! (1970) e l’insuccesso di Dodes’ka-den (1970), attraversa un periodo di profonda crisi personale, caratterizzato da problemi di alcolismo, tentato suicidio e isolamento. Ritorna alla regia, grazie a finanziamenti russi, con Dersu Uzala (1975), film tratto dalle opere autobiografiche di un esploratore sovietico. Nel 1980 trionfa a Cannes con il bellissimo Kagemusha – l’ombra del guerriero, co-prodotto da Lucas e Coppola.

Tornando su un vecchio progetto degli anni ’40 in cui voleva riprodurre la famosa battaglia di Nagashino, mai attuato poiché non si potevano utilizzare i cavalli in quanto requisiti dall’esercito, Kurosawa mette in scena un dramma epocale legato alle vicende di Takeda Shingen. Al fine di mantenere al sicuro il clan Takeda, alla morte del loro signore gli viene sostituito un sosia, impersonato da un ladro del tutto identico. Tecnicamente si tratta di uno dei punti più alti raggiunti dal regista, dalle coreografie sul campo di battaglia allo sperimentalismo cromatico. In co-produzione francese, il film seguente, Ran (1985), può essere definito l’apice dell’epica di Kurosawa: per la messa in scena sontuosa, l’impiego di migliaia di costumi, centinaia di cavalli e di comparse. Lui stesso ha definito Kagemusha una “prova generale” di Ran, che di fatto eleva ad un livello quintessenziale tutte le soluzioni adottate nella pellicola precedente.

Libro “Un’autobiografia o quasi“, di Akira Kurosawa. Kurosawa definiva ironicamente questo libro come qualcosa che assomiglia a un’autobiografia. Non a caso questa specie di autobiografia è scritta come un film.

Trasposizione libera del Re Lear shakespeariano, con elementi ripresi dal Macbeth, racconta la deteriorante discesa verso la follia del signore feudale Hidetora, tradito e abbandonato dai figli a cui aveva lasciato i territori conquistati. Ran discute la natura autodistruttiva del potere attraverso una guerra fratricida alimentata da vanagloria e inganno. Le interpretazioni di Hidetora e della “lady Macbeth” giapponese ricalcano le maschere del teatro Noh, così come la messa in scena delle sequenza dialogiche segue una forma d’impostazione teatrale: Kurosawa riesce in tal maniera, in una commistione perfetta, a tradurre il teatro in cinema e il cinema in teatro. I suoi ultimi film sono essenzialmente un testamento intimista e autobiografico di fine carriera.

Martin Scorsese nei panni di Vincent van Gogh nel cortometraggio “Corvi”, incluso nel film “Sogni” del maestro nipponico.

Con Sogni (1990), film antologico, ripercorre in maniera allegorica e velata le fasi della sua vita, ispirato da alcuni sogni e incubi che afferma di aver avuto diverse volte. Particolarmente interessante è il segmento “Corvi” in cui il protagonista si ritrova all’interno delle opere di Vincent van Gogh e incontra il celebre pittore, interpretato da Martin Scorsese.

Gli ultimi tre segmenti affrontano il tema del nucleare (ricordiamo che il Disastro di Černobyl è avvenuto solo quattro anni prima), già trattato da Kurosawa in Testimonianza di un essere vivente (1955) e nuovamente ripreso l’anno seguente in Rapsodia in agosto, film sui postumi del bombardamento di Nagasaki e sulle differenze generazionali nella rielaborazione della tragedia. Madadayo (1993) è invece un film celebrativo sulla figura dello scrittore e professore Hyakken Uchida. Si tratta dell’opera più dialogata di Kurosawa, chiusura perfetta di cinquant’anni di carriera, in cui il regista affronta la vecchiaia e il rifiuto della morte: il titolo stesso si traduce letteralmente con “Non ancora” ed è una frase propiziatoria recitata dagli anziani il giorno del loro compleanno.

F.L.