SDAC va in Giappone: il cinema di Satoshi Kon

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Nei precedenti articoli della rubrica abbiamo passato in rassegna alcuni maestri imprescindibili del cinema del Sol Levante, tentando di cogliere l’essenzialità di Yasujiro Ozu, di rendere giustizia alla solennità di Akira Kurosawa e alla modernità di Kenji Mizoguchi, approdando infine sul terreno del contemporaneo con l’anarchico e folle Takeshi Kitano. Vogliamo chiudere oggi il viaggio in Giappone di SDAC Magazine con un ultimo articolo dedicato questa volta al mondo dell’animazione, omaggiando il compianto maestro Satoshi Kon.

Sono già passati undici anni dalla sua prematura scomparsa, ma la ferita è ancora aperta: tante domande su come sarebbe potuto essere il suo ultimo film e rammarico per la dipartita di un artista che come pochi aveva saputo dare nuova linfa all’animazione giapponese. Con soli quattro lungometraggi e una serie televisiva è riuscito a lasciare un segno indelebile sulla settima arte i cui effetti sono tutt’oggi visibili in autori come Nolan, Aronofsky e numerosi altri registi e animatori.

Comparazione fra “Perfect Blue” del 1997 e “Requiem for a dream” del 2000.

L’animazione è il linguaggio dei sogni

Kon è un regista che ha saputo raccontare le ombre del suo paese e della società contemporanea con sguardo critico e ironico, passando con disinvoltura dal grande al piccolo schermo. Spesso infatti viene accostato a registi come David Lynch, non solo per la capacità di esplorare le potenzialità della serialità televisiva, ma anche e soprattutto per la frequente compenetrazione di realtà e sogno, elemento cardine delle vicende di ogni pellicola. Uno di quei casi in cui la scelta del cinema animato non è solo una mera preferenza, ma l’unica realizzazione possibile di uno stile che ricerca minuziosamente la consequenzialità onirica, basato sulla concatenazione di immagini e identità liquide – deformate e deformanti – libere associazioni e piani di realtà-finzione che si susseguono come sottili strati di pelle.

Il vero protagonista del linguaggio visivo konniano è il montaggio che ricostruisce la logica del sogno con tagli che stravolgono le normali aspettative dello spettatore e la linearità dell’azione, ma che rendono paradossalmente quasi invisibili i cambi di scena nella fluidità complessiva. Sembra di trovarsi davanti ad un unico corpo di immagini libere che si richiamano vicendevolmente in un agone di realtà oggettive e soggettive convergenti. Ciò che razionalmente appare come un mondo frammentario e regolato da leggi assurde, paradossalmente durante la visione denota un senso di armonia e naturalezza liberatorie. Ciò si traduce in un largo utilizzo di jump cuts, match cuts, talvolta di stranianti ellissi e alcune tecniche originali e possibili solo nel mondo dei disegni animati.

Dal fumetto al cinema

La carriera di Satoshi Kon non segue esattamente le fasi della gavetta tipica dell’animatore, ma grazie al suo immenso talento e ovviamente una buona dose di fortuna, riesce in breve tempo a entrare in contatto con alcune delle personalità più importanti dell’epoca. Inizialmente si misura con il mondo del fumetto, dove non solo comincia a sviluppare i tratti della sua poetica ma viene notato da Katsuhiro Otomo (Akira, Steam Boy), grazie al quale in seguito viene introdotto al mondo dell’animazione. Appresi i rudimenti del mestiere, si trova a lavorare anche con Mamoru Oshii (Ghost in the Shell). Una collaborazione soddisfacente cui poi segue un allontanamento per alcune divergenze creative. Il rapporto con Oshii è stato sicuramente fondamentale e infatti possiamo rilevare numerosi aspetti in comune, ma Kon continuerà a fare esplicito riferimento solo a Otomo come principale ispirazione fumettistica e cinematografica.

Un’immagine tratta da “Memories”, film d’animazione antologico.

Il ritorno sotto l’ala del maestro con il film antologico Memories segna un punto di svolta nella carriera di Kon. Formalmente si occupa della sceneggiatura del primo segmento, Magnetic Rose, ma a conti fatti sembra appropriarsene in molteplici aspetti: il corto è invaso dalle suggestioni visive e narrative konniane, che non a caso di lì a poco sarà finalmente alla regia del suo primo lungometraggio animato.
Da qui inizia il viaggio nel cinema di un regista visionario, sperimentale, eccentrico e innovativo, che lo ha condotto fino alla 63esima edizione della mostra di Venezia, in concorso con autori del calibro di Alain Resnais, Darren Aronofsky, Alfonso Cuarón e anche lo stesso Katsuhiro Otomo.

Tra cinema e metacinema

Perfect Blue (1997) inizialmente era pensato per essere un film dal vero affidato ad un altro regista, ma una serie di vicissitudine hanno portato il soggetto nelle mani del nostro Satoshi Kon, alla sua prima vera regia cinematografica. La sceneggiatura non lo soddisfaceva minimamente, dunque accettò l’incarico solo a condizione di poterla riscrivere: la stesura finale avvenne a quattro mani con Sadayuki Murai e si discosta completamente dal romanzo originale.

Mima Kirigoe è una Idol affermata che decide di abbandonare il mondo della musica per diventare un’attrice. Coinvolta in una semplice serie drammatica, le viene poi proposto di girare una scena di stupro cui seguono alcune prestazioni lavorative da modella di nudo. Se già di suo Mima si mostra pentita della piega che ha preso la sua carriera, le condizioni psicologiche si aggravano a causa delle minacce di uno stalker che non accetta il cambiamento: le idol sono infatti associate ad una forma distorta di purezza che lei non ha più. Quando poi scopre l’esistenza di un sito internet noto come “la stanza di Mima” in cui qualcuno descrive minuziosamente le sue giornate appropriandosi della sua identità, la crescente instabilità mentale le rende impossibile distinguere la realtà dalla finzione.

Mima Kirigoe, la Idol di “Perfect Blue”.

Il film ci catapulta nella realtà giapponese degli anni ’90, tra otaku* alienati e instabili, fenomeni di fanatismo verso le ragazzine popstar (idol) e le prime avvisaglie della rivoluzione internettiana, anticipando una serie di tematiche relazionali odierne. È una storia di identità e conflitto interiore, infatti Mima perde sempre di più contatto con sé stessa e con la realtà – e con lei lo spettatore – arrivando a percepire come più vera la sua controparte immaginaria. Perfect Blue parla anche del mondo dello spettacolo e del cinema, che sotto la bella patina di superficie è anche casa di ansie, incubi e aspettative disattese: i sogni e le speranze di Mima sono destinati a infrangersi contro realtà produttive tutt’altro che entusiasmanti. Un esordio incredibile per Satoshi Kon che riesce a farcire questo thriller psicologico di suspense, atmosfere horror, ambienti claustrofobici e opprimenti, che si articolano in una narrazione non lineare e disturbante.

*Ampliamo il nostro glossario: gli Otaku sono una certa fetta di appassionati della cultura pop giapponese che scadono nell’ossessione patologica, rendendola una passione totalizzante e alienante che fa perdere loro contatto con realtà. La definizione ha assunto accezioni diverse nel corso del tempo, ma negli anni ’90 assume una valenza particolarmente negativa, complici alcuni fatti di cronaca come gli attentati terroristici dell’Aum Shinrikyo, che nella sua comunicazione utilizzava icone e concetti ripresi dal mondo di anime e manga, o il serial killer otaku Tsutomu Miyazaki.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal film successivo, Millennium Actress (2001), che mostra sempre il rapporto tra l’idolo e l’ammiratore ma da una prospettiva meno oscura e depravata di Perfect Blue. Usando le parole dello stesso Kon: ”Volevo rendere Millenium Actress in immagini completamente opposte e più positive […] (questi film) mostrano il lato oscuro e il lato chiaro della stessa relazione”. Una vecchia stella del cinema, Chiyoko Fujiwara, raccontando il suo passato al grande ammiratore Genya Tachibana, intenzionato a girare un documentario sull’attrice, ripercorre le tappe più significative della sua vita, che diventa piano piano indistinguibile dalle trame dei film in cui ha recitato. Millennium Actress non è solo una dichiarazione d’amore alla settima arte, la testimonianza di Chiyoko, infatti, rievoca i momenti topici della storia del Giappone e del cinema nipponico del secolo scorso, ma un chiaro segnale della volontà del regista di andare oltre gli stilemi della narrazione classica, perdendosi in un racconto che prende vita e procede per associazioni di idee, immagini, ricordi, romanticismo e citazionismo.

Kon ritorna su binari più convenzionali con il suo terzo lungometraggio, ispirato al film In nome di Dio di John Ford e ovviamente all’originale letterario. Tokyo Godfathers (2003) è una fiaba lineare e in larga parte realistica che segue le disavventure di tre senzatetto alle prese con una neonata abbandonata in una metropoli. La ricerca dei genitori è in realtà una ricerca interiore che spinge lo stravagante trio, composto da una ragazza scappata di casa, una ex drag queen, e un alcolizzato pieno di rimorsi, ad affrontare la propria condizione. È una commedia dai tratti completamente opposti a quelli del regista onirico e contorto dei precedenti lavori, ma proprio per questo si presenta come un’opera profondamente personale, in aperto dialogo con la sua filmografia. Potremmo trovare un caso molto simile con il lynchiano Una storia vera, film apparentemente lontanissimo dalla poetica del regista ma denso di aspetti che in realtà lo contraddistinguono.

Immagine tratta da “Tokio Godfathers”.

Gli ultimi due lavori possono essere accorpati in una seconda fase della carriera di Kon, in cui il confine tra realtà e sogno è realmente abbattuto e quest’ultimo acquisisce matericità.
Paranoia Agent (2004) è una serie animata composta da 13 episodi in cui il regista, chiusa la parentesi di Tokyo Godfathers, torna su un terreno più familiare e dà libero sfogo alla sua creatività senza le limitazioni di un lungometraggio.
Sukiko Sagi, famosa disegnatrice, viene aggredita con una mazza da baseball da quello che sembra essere un ragazzino su pattini a rotelle color oro. Partono le ricerche del criminale soprannominato “Shonen Bat”, ma non sembrano portare a nulla di concreto. Le aggressioni d’altro canto aumentano progressivamente e sembra esserci un pattern: le vittime sono persone profondamente stressate e per loro quella violenza, che comporta un ricovero in ospedale, sembra rilevarsi in realtà una forma di liberazione.

A colpire di Paranoia Agent è anzitutto la complessa struttura narrativa: ogni episodio si focalizza sulla psicologia di un singolo personaggio, mentre coloro che sembrano marginali o secondari in una puntata si rivelano poi i protagonisti di un’altra. L’iperconnessione del nostro tempo è qui tematizzata non solo concretamente nei legami che questi personaggi si ritrovano ad avere, ma nelle modalità e nella rapidità con cui si diffonde il panico in relazione a questa figura misteriosa, tra testimonianze inventate, sedicenti emulatori e scettici. Il mistero si infittisce e non si riesce più a capire se Shonen Bat esista realmente o sia solo un’allucinazione collettiva creata dalla paranoia. Kon mette in scena il dramma dell’uomo contemporaneo in una società sempre più connessa e competitiva, dove si fatica a trovare il proprio ruolo e a integrarsi, dalla scuola al posto di lavoro; dove è facile rimanere schiacciati dall’ansia da prestazione e dalle aspettative della società – dinamiche particolarmente accentuate in Giappone. Il tutto accompagnato dalle più disparate sperimentazioni, dall’ecletticità del tratto, dei toni e degli stili adottati. L’opera più compiuta, complessa e stratificata del regista da un punto di vista narrativo, che esplode con un finale apocalittico che segna romanticamente un ritorno all’origine otomiana – già solo chi conosce Akira potrà farsi un’idea.

Paranoia Agent è una serie televisiva anime composta da 13 episodi di circa 23 minuti ciascuno, creata e diretta da Satoshi Kon.

Se Paranoia Agent è probabilmente l’opera più completa di Satoshi Kon, è con il suo ultimo film che raggiunge l’apice formale. In Paprika (2006) un gruppo di neuroscienziati realizza un congegno, la DC Mini, che permette di entrare all’interno dei sogni di un paziente a scopi terapeutici, ma l’azienda produttrice decide di non rendere pubblica l’invenzione per evitare sia usata impropriamente: già in questa premessa il grande pubblico potrà facilmente riconoscere elementi che nel 2010 saranno ripresi in Inception. Per questa ragione la geniale invenzione viene utilizzata solo in segreto su alcuni pazienti dal capo del reparto, la dottoressa Atsuko Chiba e da Paprika, suo alter ego nell’inconscio dei pazienti durante le sedute. A seguito del furto di alcuni esemplari di DC Mini prenderà vita una complicata indagine a cavallo tra realtà e mondo onirico: alcuni individui stanno venendo imprigionati in una sorta di inconscio collettivo prossimo a sconfinare nel mondo reale.

Si tratta della massima espressione artistica di Kon sia in termini di animazione virtuosa sia di ricchezza iconografica. La convergenza di realtà e sogno qui non è solo un’espressione retorica, ma l’abbattimento delle barriere è concreto: il sogno invade la realtà in un gioco burlesco di volontà, liquidità, coesistenza di possibilità e realizzazioni. I personaggi si muovono tra le dimensioni sognate e sognanti con una non-logica, che riesce a tradurre in immagini le pulsioni e i moti irrazionali dell’inconscio attraverso gli escamotage tecnici tipici del regista. L’intuizione più interessante è la rappresentazione dell’incubo collettivo, una massa caotica e surreale di simboli e icone di ogni cultura che prende la forma di una parata carnevalesca – non a caso dominano i motivi del circo e del luna park – inquietante e divertente allo stesso tempo.

Paprika (2006).

Un tripudio di follia in cui vediamo sfilare insieme la statua della Libertà, il Buddha e Maria, uomini con un televisore al posto della testa, robot giganti, dinosauri e salary-man sorridenti che si gettano dai tetti. Una messa in scena apparentemente solo barocca e citazionista, ma incredibilmente lucida nell’intelligenza con cui riaffronta temi trattati in Paranoia Agent con un taglio ancor più grottesco e satirico. Paprika avrebbe dovuto segnare forse la conclusione di un ciclo di opere, ma il prematuro decesso di questo artista visionario ci ha privati della possibilità di conoscere un’ulteriore sfaccettatura della sua poetica: era infatti in programmazione un film per bambini, Dreaming Machine, presumibilmente lontano dagli eccessi onirici cui Satoshi Kon ci aveva ormai abituati.

Purtroppo, nel 2010  venne diagnosticato un tumore al pancreas che gli impedirà, con suo grande rammarico di completare il film su cui aveva riversato tutte le sue ultime energie. Nella toccante lettera di addio scritta negli ultimi momenti della sua vita e pubblicata sul suo sito web postuma, ricca di umanità e ringraziamenti verso le persone che gli sono state vicino, scrive:

Il mio più grande rimpianto è per il film Yume Miru Kikai (titolo originale di Dreaming Machine). Sono preoccupato non solo per il film in sé stesso, ma per lo staff con cui avevo lavorato duramente durante la produzione della pellicola. Perché esiste una forte possibilità che gli storyboard creati con il nostro sangue, sudore e lacrime non vengano mai pubblicati”.

Purtroppo, nonostante gli sforzi, alla sua morte la produzione si bloccherà irrimediabilmente. Vi lasciamo con le ultime parole della sua lettera:

Pieno di gratitudine per tutto ciò che di buono c’è nel mondo, poso la mia penna. Con permesso.’

satoshi Kon    

-Tratto dalla traduzione alla sua lettera di addio, contenuta nel volume “Satoshi Kon. Il cinema visionario di uno dei più eccentrici protagonisti dell’animazione giapponese” a cura di Andrea Fontana ed Enrico Azzano.