In ricordo di Fernando Di Leo, fra noir e Quentin Tarantino

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Fernando Di Leo nasceva l’undici gennaio di ottantotto anni fa, a San Ferdinando, in Puglia. E’ stato uno dei registi più prolifici e simbolici degli anni 70′ in Italia. Soggetto a forte rivalutazione in patria solo negli ultimi anni, quando il regista Quentin Tarantino espresse parole di stima nei suoi confronti.

Iniziò come sceneggiatore di “spaghetti western“. Arrivò a collaborare per le sceneggiature di “Per un pungo di dollari” e “Per qualche dollaro in più” di Sergio Leone, non venendo però accreditato. Nel 1963 fa il suo esordio in regia, ma la vocazione per un cinema caustico la trovò nel 1968 con “Brucia ragazzo, brucia“. Film incentrato sulla sessualità femminile e che all’epoca produsse concitate proteste da parte di clero e ambienti conservatori.

Negli anni successivi dirige “I ragazzi del massacro” (1969) ritenuto da molti uno dei suoi migliori film e in seguito sperimenta nel campo dell’horror con “La bestia uccide a sangue freddo” (1971) con protagonista il grande attore Klaus Kinski. L’anno seguente “Milano Calibro  9“, con protagonista Gastone Moschin, darà il via alla “Trilogia del melliu“, composta da altre due pellicole noir/poliziottesche: “La Mala ordina” (1972) e “Il Boss” (1973). Dal secondo film Tarantino dichiarò di aver preso spunto per la creazione dei personaggi di Jules Winnfield e Vincent Vega, i due gangster di “Pulp Fiction“.

Per tutto il resto della sua carriera Di Leo cercò un limite da spingere in avanti, un modo per scandalizzare e creare dibattito intorno ai temi e alle immagini (a volte estreme) contenute nei suoi film. Continuò a farlo anche con il genere erotico, di cui si ricorda “Avere vent’anni” (1978), divenuto nel tempo una pellicola cult, in virtù anche dell’atroce finale.